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foto-mia-150x150Lorenzo Faroldi. Laureato col massimo dei voti in Architettura presso l’Università degli Studi di Parma con una tesi sperimentale sul tema della rigenerazione urbana, a seguito di un workshop annuale svolto presso La Sapienza di Roma, nel 2011 si trasferisce ad Amsterdam e lavora per Jo Coenen Architects and Urbanists e successivamente per lo stesso architetto a Milano presso lo studio di Michele De Lucchi.  Ha così modo di lavorare su grandi progetti urbani, alimentando la sua propensione alle tematiche più ampie della professione. Attualmente collabora con diverse realtà professionali e dal 2015 svolge attività di ricerca e progettazione indipendente con Reload Architecture.

 

Vorrei partire da questa considerazione: in Italia il numero degli architetti pro capite è il più alto del mondo e gli incarichi affidati ad architetti tra i più bassi al mondo. Per un giovane lo sconforto iniziale nell’affrontare questo mestiere è quindi forte, date le premesse, ma allo stesso tempo è uno sprone alla assoluta necessità di un cambiamento per una professione che sempre di più necessita di competenze e operatività diverse da quelle classiche. Come si può pensare che migliaia di persone qualificate non possano lavorare perchè in pochi gestiscono le sorti della professione barricati in castelli di sabbia? Non si può. La professione sarà sempre più corale e sempre meno elitaria.

Ciò è auspicabile a maggior ragione in Italia dove la politica e l’architettura non sono stati in grado di ascoltare i cittadini in un’ottica di bene comune ma hanno spinto solo gli interessi di singole imprese o imprenditori creando quello che abbiamo sotto agli occhi: quartieri dormitorio, ripetizione, banalità, assenza di servizi.
Oggi un architetto deve  proporsi in prima linea nell’ascoltare i bisogni reali e tradurli in azioni non solo di progetto costruito “di mattoni” ma anche di dinamiche complesse che coinvolgano politica, società, cultura, economia. Deve essere sempre di più un esperto di processi complessi.
Nonostante sia fondamentale e assodato che le capacità tecniche specifiche siano importanti credo che si sia perso di vista il ben più importante insieme delle cose. Molto spesso oggi un giovane architetto non sperimenta, per necessità o per pigrizia, il vero significato del suo lavoro: cambiare in meglio la vita delle persone.
Invece io credo fermamente che questo debba essere il principio della nostra attività e da qui l’etica del lavoro: più trasparente, più aperto, più a misura d’uomo e d’ambiente.
Ovviamente ognuno ha una sua ricetta che però deve sempre tenere in considerazione che, in un mondo che cambia rapidamente come nei software informatici open source, deve essere aperta al costante apporto dall’esterno, alla collaborazione e alla condivisione.
Tenere nascosti i propri progetti sotto chiave non ha più senso. L’architetto deve ascoltare, dibattere e infine migliorare il luogo che ha trovato.
La rete, fisica e virtuale, è la chiave per attuare queste dinamiche e sempre di più si sta dimostrando come si migliori la qualità di un progetto più gli input esterni sono numerosi. L’architetto si occuperà poi di ricostruire questi dati e tradurli in concreto senza meccanica, ma con sentimento. Non può esserci architettura perfetta solo perchè sono perfetti i dati in entrata; solo attraverso l’intervento della ragione umana tutto assume senso. Oggi il progetto grazie alla sua possibile presenza virtuale, grazie alla forza dei rendering, può diventare parte della comunità ancor prima che venga costruito. Può farne parte ancora prima di esistere!
Penso che la tecnologia debba essere il mezzo per raggiungere lo scopo e deve quindi essere utilizzata in ogni aspetto del progetto, da quello tecnico a quello organizzativo, senza demonizzazioni retrograde e classiciste. Oggi è oggi.

In tutto questo vedo nei think tank uno strumento evoluto e allargato per raggiungere la meta: ricerca multidisciplinare, pensiero indipendente, fluidità nel metodo.
Se le persone venissero adeguatamente istruite e guidate scoprirebbero che l’architettura è tutto ciò che li circonda e sarebbe l’inizio di un rapporto di fiducia e stima per un mestiere che negli anni ha perso la sua vera funzione: migliorare l’ambiente che ci circonda.

One thought on “RIPENSARE IL MESTIERE_Lorenzo Faroldi

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