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La mappa in copertina è di Samuele, 5 anni

Chiara Lanzoni, laureata in Architettura presso il Politecnico di Milano, consegue il dottorato di ricerca in Progettazione paesistica presso l’Università degli Studi di Firenze. Dal 2009 è professore a contratto presso la Scuola di Architettura e Società del Politecnico di Milano, polo territoriale di Mantova. Si occupa dal 2004 di ricerca sui temi del paesaggio e della città, di progettazione urbanistica e pianificazione. Svolge attività professionale nei campi del paesaggio e del progetto urbanistico, collabora alla redazione di piani urbanistici occupandosi in particolare degli aspetti paesistici e ambientali e della gestione del Sistema Informativo Territoriale. Ha pubblicato articoli e saggi su tali tematiche.

Piccoli spazi e piccoli cittadini. Oltre i playgrounds, nella città come quando cade la neve …  

Non vi sono dubbi sul fatto che oggi il paesaggio sia al centro dell’interesse di numerose discipline e che questo sia espressione di un sentire comune diffuso, di quella domanda sociale di paesaggio che negli ultimi anni molti autori hanno evidenziato. Se da un lato esiste, ed è riconoscibile, questa domanda di paesaggio da parte della società, dall’altro è utile ricordare come siano gli esseri umani che raccontano loro stessi attraverso il paesaggio (Turri, 1998). E se il paesaggio è (anche) il risultato della progettualità di una comunità allora la sua trasformazione dipende in modo inscindibile dalla comunità stessa. Nella città e nella società occidentale contemporanea si assiste a una progressiva perdita di spazi per il gioco e di luoghi progettati per i più piccoli, cittadini di oggi e di domani, e le cause sono molteplici. Tuttavia la confidenza dei bambini nei confronti della natura (intesa anche come natura dei luoghi) può, contestualmente alla crescita personale, sociale e alla costruzione dell’identità dei soggetti, sviluppare una diversa percezione del paesaggio orientata alla produzione di nuovi significati. In particolare per quegli spazi della città che si collocano “nel mezzo”, tra pieni e vuoti, tra popolazioni diverse.

When snow falls on cities the child takes over the child is everywhere rediscovering the city, whilst in turn the city rediscovers its children. Revealing that something permanent, if less abundant is missing, something which can still be provided as a modest correction where there is room […]”. Con queste parole l’architetto olandese Aldo Van Eyck nella metà del secolo scorso descriveva in maniera efficace e suggestiva la relazione che si instaura tra i bambini e il paesaggio urbano dopo una nevicata. Quando la neve cade il bambino ri-scopre la città e a sua volta la città ri-scopre i bambini, rivelando possibilità inattese e luoghi dal valore inespresso. Avviene una “mutazione temporanea” (Granata, 2013) nel modo di vivere la città, i suoi spazi e i suoi ritmi, a partire dai comportamenti dei piccoli cittadini: la città cambia aspetto e i bambini conquistano spazi solitamente non destinati a loro. La suggestione della neve richiamava per Van Eyck l’esigenza di un nuovo modo di concepire non solo gli spazi aperti dedicati ai bambini ma la città stessa. Nell’esperienza di Amsterdam Van Eyck realizzò oltre settecento aree di gioco negli spazi residuali, abbandonati, privi di qualità, spesso nei vuoti lasciati dai bombardamenti. L’architetto superava il concetto tradizionale di playground e orientava nuove possibilità progettuali nella dimensione di un paesaggio urbano inatteso: gli Speelplaatsen punteggiavano la città ispirandosi a un’idea di paesaggio urbano in divenire, a un’idea di città come luogo di crescita, di creatività e di ricostruzione. La loro natura interstiziale mirava all’interazione con il tessuto urbano circostante, con la strada e l’edificio, all’interazione tra bambini e adulti. Lo sguardo dei bambini ridisegna la geografia dei luoghi, come suggeriva Van Eyck nel secolo scorso. E le loro competenze nel trattare con la complessità dello spazio, che spesso rimandano a significati e interpretazioni della realtà molto vicini alla cultura e alla storia del pensiero filosofico e scientifico, sono generalmente poco conosciute dagli adulti (Waller, 2010). In questa particolare chiave di lettura gli spazi intermedi della città, per loro natura a carattere relazionale, visti attraverso lo sguardo dei più piccoli possono essere reinventati e produrre nuovi significati e nuove progettualità che sostengono l’incontro tra i bambini, le cose e i luoghi.

Riferimenti bibliografici

Granata, E. (2013), Il gioco e lo spazio tra le case. Attualità del progetto di Aldo van Eyck [Online].  Disponibile su: http://www.losquaderno.net, ultimo accesso marzo 2014.

Lefaivre, L. & de Roode, I. (2002), Aldo Van Eyck : the playgrounds and the city, NAi Publishers,Rotterdam.

Turri, E. (1998), Il paesaggio come teatro: dal territorio vissuto al territorio rappresentato, Marsilio, Venezia.

Waller, T. (2010), The dynamics of early childhood spaces: opportunities for outdoor play? [Online]. Disponibile su: http://www.tandfonline.com, ultimo accesso marzo 2014.

Nota: Il contributo riprende in parte gli argomenti sviluppati nell’articolo (in corso di pubblicazione): Chiara Lanzoni (2014): Piccoli spazi e piccoli cittadini. Il paesaggio come terzo educatore| Small spaces and young citizens. The landscape as third “bring-up landscape”, Quaderni della Ri-vista, Ricerche per la progettazione del paesaggio, n.3, 2014.​

© 2013_ DdB

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