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Franco La Cecla (Palermo, 1950) è un antropologo e architetto italiano. Ha insegnato Antropologia Culturale alle Università di Bologna (DAMS), Università di Palermo (Lettere e Filosofia), IUAV di Venezia, Berkeley UCB, Università di Verona (Scienze dell’Educazione), all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, alla Universidad Politecnica de Barcelona (UPC) al San Raffaele, Vita e Pensiero di Cesano Maderno, all’Ecole Politecnique de Lausanne (EPFL) di Losanna.  E’ consulente del RPBW (Renzo Piano Building Workshop) ed è stato consulente di Barcelona Regional per l’impatto del progetto della Sagrera sul tessuto sociale della città

Nei suoi lavori ha affrontato a più riprese il tema dell’organizzazione dello spazio contemporaneo tra localismo e globalizzazione, rivolgendosi in particolare alle soglie, e ai confini tra le culture. Ha fondato nel 2005 a Londra ASIA (Architecture Social Impact Assessment), un’agenzia per valutare l’impatto sociale delle opere di architettura e di urbanistica.

9788842061755Tracciando confini, separando lo spazio “addomesticato” da quello selvaggio, edificando villaggi e città, gli uomini hanno da sempre orientato se stessi e ciò che gli stava introno. Oggi, invece, parlare di insediamenti umani e di ‘perdersi’ implica dare testimonianza alla confusione del mondo dovuta a sempre maggiori situazioni di diaspora e di emigrazione e al costituirsi di nuove forme di urbanità. Il concetto di luogo nell’epoca attuale diventa relativo: perciò si indaga il costituirsi di nuove forme di cittadinanza  che prescindono i confini geografici e testimoniano come gli uomini imparino nuovi modi di orientare se stessi e l’ambiente.

È venuta affermandosi in Occidente una concezione della conoscenza, e quindi dell’abitare, non più locale bensì oggettiva, cioè non centrata, che nega i molteplici centri del mondo, valida in qualsiasi luogo, a qualsiasi latitudine. Il differente, il diverso, il particolare è stato soppresso a favore dell’uguale, dell’omogeneo, del generale. Un desiderio illimitato di controllo, pianificazione, manipolazione, istituzionalizzazione, razionalizzazione a fini economici ed amministrativi, ha colpito l’Europa, che a partire dal XVII secolo ha visto il diffondersi dei primi sistemi di divisione oggettiva dello spazio cittadino svincolati dal riferimento alle località. L’occasione fu la costruzione delle prime reti fognarie, con la scusa di una presunta igienizzazione dell’abitare. Lo spazio perde la sua unicità, la sua capacità di interagire con l’abitante, viene defisicizzato, delocalizzato, trasformato da occasione per abitare a vuoto da riempire, ad apparato per definire e indurre comportamenti. Prevale il funzionalismo dell’edilizia moderna, secondo il quale il cittadino non deve perder tempo con lo stabilire una relazione troppo complessa con il suo ambiente, l’importante è che quest’ultimo ‘funzioni’, soprattutto dal punto di vista igienico ed economico. L’abitare è ridotto ad un’istituzione fra le altre: la ‘residenza’, domicilio regolarizzato e disciplinato. Il risultato è la desolazione, l’omologazione, l’anonimità tipiche delle città moderne prive di centro e di confini, il senso di smarrimento che si impossessa dei suoi dispersi ‘utenti’ il cui unico spazio personalizzabile è oramai solo la disposizione dei mobili nella propria casa, la perdita di contatto tra abitare e costruito che rende impossibile i processi di identificazione con il luogo, di appartenenza ad una località, e quindi la percezione della propria stessa identità.

Questa situazione di spaesamento distratto, apatico, del cittadino della metropoli moderna, è una condizione in cui la facoltà umana dell’abitare sembra atrofizzata in conseguenza di una vera e propria operazione di lobotomia.  Ma non è l’appartenenza organica, integrata, pacifica, saldamente radicata nella tradizione e in un orizzonte locale circoscritto, la condizione di autenticità che avremmo perduto nella moderna razionalizzazione dello spazio e della vita metropolitana; ma è piuttosto ciò che si perde nello spazio omologato e pianificato della città industriale moderna, la possibilità di un esperienza di spaesamento e di eventuale reintegrazione che è un esperienza costituitiva dell’esistenza.

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