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Antonella Valentini, consegue il PhD in progettazione paesistica presso l’università di Firenze nel 2005 con una tesi dal titolo:”Progettare paesaggi di limite; sperimentando nei paesaggi periurbani di Firenze”. Dal 1995 svolge attività didattica e di ricerca all’Università di Firenze. Dal 2005 al 2010 è stata professore a contratto di Architettura del Paesaggio al Corso di Laurea in Urbanistica e Pianificazione Territoriale e Ambientale e dal 2008 è docente al Master di II livello in Paesaggistica. E’ membro dal 2012, della redazione della rivista dell’ AIAPP “Architettura del Paesaggio”. Fa parte del comitato scientifico della “Associazione per l’Arno”, attiva nelle forme di pianificazione negoziata verso la definizione del Contratto di fiume.

  • Quali sono stati i libri, i personaggi o le esperienze che hanno influenzato il suo interesse verso l’ambito urbano e i suoi scenari di mutamento?

Le riflessioni di Marc Augè sui cambiamenti antropologici della surmodernità, di Richard Ingersoll sul significato dello sprawl, di Kevin Lynch sulla leggibilità e figurabilità delle città, di Eugenio Turri sulla lettura semiologica del paesaggio, di Pietro Zanini sul concetto di confine. I racconti di pianure, deserti, terrain vague, periferie, città invisibili di Gianni Celati, Dino  Buzzati, Julien Gracq, Walter Benjamin, Jean Jacque Rosseau, Italo Calvino. Le categorie progettuali di cinture verdi, cunei verdi e greenways, nelle loro definizioni teoriche e applicazioni pratiche.

  • In quale momento del suo percorso formativo o in quale particolare occasione ha avuto a che fare con tematiche relative ai margini urbani?

Il tema mi ha sempre affascinato e mi sono trovata ad affrontarlo anche in alcune esperienze professionali, ma l’occasione principale è stata il corso di dottorato frequentato all’Università di Firenze nei primi anni del 2000. La tesi che ho discusso si intitolava “Progettare paesaggi di limite, sperimentando nei paesaggi periurbani di Firenze”. Nella tesi, partendo da una riflessione attorno al concetto di limite (il limite della città non più barriera impenetrabile ma elemento di connessione), ho proposto la categoria progettuale del “paesaggio di limite” come strumento di ri-generazione dei territori di margine e di frangia degli insediamenti urbani.

  • Tre parole per descrivere i margini urbani, in rapporto ai caratteri della città contemporanea ed agli spazi urbani che lei vive e frequenta.

Mediazione, transizione, compenetrazione. I paesaggi periurbani sono spazi di mediazione molteplice, sia sotto il profilo ecologico-ambientale sia politico-sociale, sia funzionale e percettivo. Sono fasce di transizione adatte, come scrive Lynch “… alle soste e alle conversazioni. Ci si sente in due territori contemporaneamente, con la possibilità di entrare nell’uno o nell’altro”. Sono paesaggi in cui i caratteri urbani si compenetrano con quelli agricoli-naturali.

  •  Spazi periurbani /luoghi plurali. In cosa sta la loro complessità, le loro potenzialità e problematiche? Quali attenzioni è necessario dedicare al progetto di questi spazi?

Il paesaggio periurbano troppo spesso e a lungo è stato considerato terra di nessuno, luogo in cui concentrare gli “scarti dell’urbanità”; qui sono localizzate tutte quelle attività che storicamente venivano poste fuori porta – come il cimitero, i grandi impianti industriali e tecnologici, le infrastrutture ferroviarie, l’aeroporto, eccetera  – che poi, con il processo di crescita, si sono ritrovate inglobate all’interno della città, causando un diffuso degrado, una riduzione generalizzata della qualità urbana e un declino della forza semantica delle preesistenze che rappresentavano gli elementi fondativi e strutturali del territorio. Questo paesaggio, dove vengono meno i riferimenti per muoversi, è uno spazio di transizione, di conflitto e di tensione. Le aree a ridosso delle agglomerazioni sono infatti il luogo dove si manifestano le maggiori contraddizioni legate alle diverse, spesso incontrollate, modalità di crescita delle città. Qui la dinamicità, carattere peculiare del paesaggio in genere (il paesaggio è in continua evoluzione!) si impone: il paesaggio periurbano si trasforma velocemente e le trasformazioni devono essere gestite. Qui spesso si trovano paesaggi non più urbani ma non ancora rurali, con un alto grado di indefinitezza dei caratteri di distinzione. In tale contesto il progetto deve trovare strumenti e modalità per restituire la figurabilità perduta e ricostruire l’identità contemporanea. I paesaggi di margine sono spazi di transizione molteplice ed è fondamentale assecondare tale molteplicità (paesaggi multi-funzione, multi-etnici, eccetera), garantendo il necessario equilibrio.

  • Che ruolo ha avuto la pianificazione, ad oggi, nello sviluppo dei margini urbani, e quali sono, secondo la sua opinione,  le prospettive future?

Spesso in passato – e talvolta anche adesso! – ci si è approcciati al progetto dei margini urbani con una ottica urbano-centrica: ricostruire i limiti della città in modo da ricostruire “certezze” su ciò che è “città” e ciò che è “campagna”. L’indeterminatezza che costituisce i paesaggi di margine contiene in sé invece delle potenzialità, se adeguatamente controllata con il progetto. Per “indeterminatezza” non intendo né trascuratezza né bruttura, aspetti che spesso caratterizzano le nostre periferie, ma mi riferisco alle qualità sopra richiamate dei paesaggi di margine di essere ambivalenti, di contenere al proprio interno caratteri propri sia della città che della campagna, se vogliamo continuare ad usare, per semplicità, queste due categorie concettuali che oggi però appaiono sempre meno adatte a definire la realtà contemporanea. Il progetto dei paesaggi di margine urbano non implica la ricostituzione del limite della città, ma la riqualificazione del paesaggio non più urbano e non ancora agrario che sta fra la città consolidata e la campagna ancora tale e può farsi portatore, in una comune e diffusa situazione di riduzione, se non addirittura di cancellazione, della qualità e della identità di tali paesaggi, di istanze di connotazione, riequilibrio e rigenerazione. La presenza di enclaves di spazi e aree libere determinati dalla frangiatura tra “spazio costruito” e “spazio aperto” propone una sfida: il “limite” della città diventa elemento non di de-limitazione dello spazio, ma generatore di relazioni e di opportunità.

  •  Secondo lei è possibile orientarsi verso una progettazione partecipata degli spazi di margine e ha quindi senso coinvolgere e sensibilizzare i cittadini verso questi temi?

Certo. Il paesaggio è il luogo di vita delle popolazioni, come ci suggerisce la Convenzione Europea del Paesaggio. Gli uomini abitano il paesaggio, ancor più quello periurbano. La cittadinanza dovrebbe essere un soggetto attivo, non passivo, nei confronti delle politiche e delle azioni che trasformano il suo ambiente di vita; può svolgere un ruolo importante, di “controllore” della qualità paesaggistica. Si tratta poi di trovare modalità e forme più adatte per questi processi partecipativi. Allo stesso modo è importante e necessario sensibilizzare i cittadini, ai diversi livelli possibili e con i sistemi più appropriati, perché ciò implica l’effettiva possibilità di sviluppare progressivamente un contesto culturale idoneo ad esigere e ricercare il senso paesaggistico delle trasformazioni che avvengono nel proprio territorio.

© 2013_ DdB

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