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Nicola Balboni si laurea in agraria negli anni ’80; entra in contatto con le tematiche relative ai margini urbani durante la partecipazione al progetto per il parco periurbano sul lungo lago di Mantova. Successivamente collabora alla redazione di alcuni PGT del territorio mantovano, e alla progettazione del Welfare Parma Center. E’ stato professore a contratto presso il Politecnico di Milano.

  • Quali sono stati i libri, i personaggi o le esperienze che hanno influenzato il suo interesse verso l’ambito urbano e i suoi scenari di mutamento?

Non essendo né architetto né urbanista, fino a qualche anno fa non avevo alcuna conoscenza sul tema della città e delle periferie. L’incontro con i proff. Treu e Peraboni, nonchè alcuni primi lavori di pianificazione e di valutazione, mi hanno stimolato ad approfondire l’argomento. I libri che ho letto appartengono alla bibliografica classica sull’argomento, gli autori più significativi per me sono stati Secchi, Campos Venuti, Benevolo, Turri, Donadieu, Barberis, Haddock, Veron. Devo anche dire che questo nuovo interesse ha contribuito a modificare radicalmente la mia sensibilità professionale, ora più attenta ai fenomeni e alla storia sociale.

  • In quale momento del suo percorso formativo o in quale particolare occasione ha avuto a che fare con tematiche relative ai margini urbani?

Premesso che negli studi universitari di agraria negli anni ’80 l’argomento non era minimamente toccato, la mia formazione sul tema è stata sostanzialmente autonoma e le occasioni di frequentazione sono di tipo professionale. La prima esperienza, per la verità poco consapevole del tema dei margini, risale alla metà degli anni ’90 col progetto e realizzazione di una parte del parco periurbano di Mantova (i giardini sui lungolaghi). Successivamente ho avuto alcune occasioni più coscienti, come il Piano Programma delle Aree Agricole del comune di Virgilio, la sperimentazione regionale per l’applicazione della VAS con la prof.ssa Treu e P. Dilda, la collaborazione ad alcuni PGT nel mantovano. Un’esperienza significativa è stata la collaborazione alla progettazione del Welfare Parma Center, ovvero di un grande quartiere nei margini di Parma per servizi socio sanitari, con una particolare attenzione al verde pubblico e all’agricoltura periurbana; qui abbiamo progettato una “fattoria urbana” ed una “fabbrica del verde”. Ho l’opportunità di affrontare il tema del periurbano anche negli studi di impatto ambientale per infrastrutture di trasporto, nel momento in cui si devono indagare le trasformazioni attese in contesti di periferia urbana. Infine, la breve esperienza di docenza al politecnico di Mantova mi ha costretto a condensare le riflessioni sul tema, in particolare sull’analisi e la progettazione degli spazi e periurbani.

  • Tre parole per descrivere i margini urbani, in rapporto ai caratteri della città contemporanea ed agli spazi urbani che lei vive e frequenta.

I margini urbani che frequento sono isolati, anonimi, caotici.

  • Spazi periurbani/luoghi plurali. In cosa sta la loro complessità, le loro potenzialità e problematiche?

La crescita della città è uno dei fenomeni che ha caratterizzato il XX secolo, tanto da indurre il timore della loro dissoluzione in forme disperse. Gli spazi perirubani, in generale, sono territori che soffrono di scarsissime attenzioni e il loro governo dovrebbe tendere a dare un ordine a ciò che appare come un incomprensibile disordine, a restituire identità, ripristinare equilibri ambientali, sociali e culturali, riconnettere questi ambiti ai territori limitrofi, assegnando centralità ai loro abitanti e ai loro bisogni. Sono progetti aperti e flessibili, i cui riferimenti classici sono le cinture verdi, i cunei verdi, green way, rural buffer o una commistione di questi. Ragionando sulle questioni agricole (e per forza!), osservo che anche il sistema agricolo interstiziale è poco considerato. Malgrado la convivenza dei caratteri agricoli e urbani nelle frange comporti spesso relazioni difficili, si possono intravedere rapporti nuovi e molto positivi tra agricoltori e cittadini. Anche se non si può dire che l’agricoltura periurbana abbia funzioni diverse da quelle convenzionali, si può ammettere che la vicinanza alla città accentui alcune funzioni piuttosto che altre, come ad esempio le connotazioni multifunzionali, di vendita diretta, di servizi ricreativi, sanitari, culturali, ambientali, ecc; funzioni che rimangono latenti se non vengono promosse e sostenute. L’agricoltura periurbana va quindi difesa e indirizzata verso i servizi che richiede la vicina città. Gli amministratori sono i soggetti che per primi dovrebbero attivarsi per sollecitare e valorizzare l’agricoltura di margine, definendo strategie e predisponendo piani e programmi. Purtroppo domina ancora la cultura che considera l’agricoltura un uso temporaneo prima dell’edificazione. Alcuni segnali indicano una possibile inversione di tendenza, come la campagna europea per la città sostenibili e il Piano Strategico Nazionale. Quest’ultimo, che deriva dalle politiche europee sullo sviluppo rurale, propone una buona lettura dell’agricoltura periurbana, ma ciò nonostante gli strumenti messi a disposizione per queste aree dalla Politica di sviluppo rurale sono assai poco efficaci, se non nulli. E questo, come sostiene il prof. Sotte, è dovuto al fatto che la Politica Agricola Europea continua a considerare lo sviluppo rurale come un problema separato dallo sviluppo regionale, territoriale e locale.

  • Che ruolo ha avuto la pianificazione, ad oggi, nello sviluppo dei margini urbani, e quali sono, secondo la sua opinione, le prospettive future?

Temo che la pianificazione, seppur consapevole, sia stata impotente o abbia dato risposte deboli rispetto alla tumultuosa espansione delle città. Gli esperti hanno notato come la pianificazione abbia rincorso i mutamenti, piuttosto che orientarli. Per molto tempo la città è stata l’unico oggetto di interesse per la pianificazione, la campagna invece è stata, ed è ancora, governata da piani e programmi di settore disposti dalle politiche agricole comunitarie, e comunque sempre ritenuta disponibile per impieghi edili. La sensibilità per un uso più consapevole del territorio, mi pare, stia entrando nella coscienza collettiva, e questo è indubbiamente un bene per il futuro. Come è accaduto spesso, si inizia a studiare e a cercare di proteggere un patrimonio nel momento in cui questo è in una situazione di emergenza e sta per essere annientato; perlomeno questo è quello che è successo per l’agricoltura tradizionale negli anni ’60 e ’70 e, più recentemente, per il paesaggio. E’ un mio timore che questa nuova sensibilità sull’uso delle terre si traduca in conservazione assoluta, come si sente spesso recentemente, con tattiche un po’ penose da parte di alcuni gruppi di cittadini, di associazioni agricole e ambientaliste e di alcuni partiti politici. Oltre alla percezione delle situazioni locali, è necessaria anche una forte sensibilità per i fenomeni di scala ampia, anche globale, e l’assunzione di responsabilità, anche se impopolari, per traguardare le sfide future sul territorio e sulla sua vivibilità. Sto pensando in particolare ai problemi posti dalle infrastrutture di trasporto. Credo che la sfida per la progettazione delle città e del paesaggio sia il governo delle trasformazioni, non il loro annullamento. Deviato dalla mia formazione, ritengo che uno dei ruoli forti delle aree periurbane sia quello di mitigazione rispetto all’inquinamento dell’aria delle città e al cambiamento climatico. E’ da pochi anni che si inizia a percepire quanto costa l’inquinamento atmosferico in termini di salute (malattie, anche gravi, mortalità) e il mondo della ricerca sta verificando scientificamente in questi ultimi anni l’efficacia delle piante nell’attenuazione dell’inquinamento dell’aria. Ecco, alcune aree di margine potrebbero essere serbatoi di quel patrimonio verde che ormai viene a mancare all’interno delle città (per vetustà e incuria) e nelle campagne.

  • Secondo lei è possibile orientarsi verso una progettazione partecipata degli spazi di margine e ha quindi senso coinvolgere e sensibilizzare i cittadini verso questi temi?

Certamente il coinvolgimento della popolazione è molto importante e deve essere perseguito come metodo di lavoro. E’ necessario che i team di progettazione comprendano adeguate professionalità in questo senso, capaci di dare efficacia ad una reale partecipazione e far incontrare interessi contrapposti.

 

© 2013_ DdB

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