Home

Copertina: The Long Road, Rosa Barba 2010, fermo immagine.

La Collaborazione del mese di Novembre tratta il tema della traccia, lasciata dall’azione dell’uomo, nel paesaggio e della sua difficile riutilizzazione. Francesca Zanotto, la collaboratrice del mese ritiene che questo tema sia rappresentato appieno dal fermo immagine, tratto da “The Long Road” (Rosa Barba, 2010) qui presentato ; si tratta di un circuito di prova per veicoli militari abbandonato, scovato dalla Barba nel deserto del Mojave, in California. Il video è girato ripercorrendo il tracciato in auto, gesto fisico visto come atto di rilettura del documento lasciato impresso nel paesaggio.

Francesca Zanotto ha da poco conseguito la laurea magistrale presso la facoltà di Architettura e Società del Politecnico di Milano, con una tesi dal titolo: “Paesaggi inaspettati – Luoghi dello scarto: istruzioni per il riuso”. Durante il percorso formativo si è appassionata allo studio del paesaggio in tutte le sue accezioni, interessandosi principalmente agli scenari naturali profondamente segnati dalla presenza umana. Attualmente svolge l’attività di tutor didattico presso il Politecnico di Milano.

Da diversi anni l’interesse architettonico internazionale si sta dedicando all’indagine sulle architetture e i luoghi abbandonati, dismessi, scartati. Il crescente radicamento di una forte coscienza ambientale e i prolungati periodi di crisi economica hanno dato vita a una progressiva valorizzazione di temi quali recupero, riuso, impiego economico ed ecologico di capitali, materiali, energie. Quando il tema dello scarto e del suo reinserimento nel ciclo produttivo viene applicato alla sfera sfumata del paesaggio, dei luoghi, dei territori, la questione diviene particolarmente complessa: in questi casi, infatti, i confini di definizione e intervento sono poco netti. Spesso, inoltre, gli spazi in questione non sono riattivabili con provvedimenti, programmi funzionali, destinazioni d’uso: i territori si ripristinano con difficoltà. Le aree di scarto, in particolare, necessitano, a monte, un cambiamento di prospettiva: l’accettazione della natura di scarto di questi luoghi come loro caratteristica identitaria, da valorizzare e utilizzare come traccia per una loro risignificazione.

Ogni azione, ogni processo umano produce residui, in particolare le operazioni che agiscono sul territorio: esse, qualunque sia la loro natura, solitamente pro­duttiva o di sfruttamento, danno vita a terra di scarto, inutilizza­bile per altri usi massicci che non comportino una riconsiderazione del suo significato. Annientamento, sfruttamento, accumulo, abbandono; si tratta, in generale, di operazioni utilitaristiche che lasciano indelebili impronte nei contesti in cui si verificano, e che sono portate avanti per ottimizzare l’utilizzo del terreno senza altri fini, tan­tomeno la creazione di paesaggi precisi: le linee e i segni tracciati sono dettati da una necessità razionale o da una casualità conseguente. L’attività mineraria più intensa, ad esempio, lascia profondissime, incolmabili incisioni nei suoli che interessa; a loro volta, le imponenti infrastrutture agricole americane, come i campi circolari irrigati con la diffusa tecnica del braccio pivotante, fanno del territorio una sequenza di forme e linee che si rincorrono, identiche, anche a migliaia di chilometri di distanza, in un’ipnotica texture illimitata. L’utilizzo di terreni per lo stoccaggio di materiale in disuso, come nel caso di grandi depositi o discariche, incide significativamente sulla morfologia del suolo, dando vita, spesso, a scenari specifici, che caratterizzano fortemente i siti in cui sorgono. Anche l’abbandono dei luoghi è un potente veicolo di creazione di nuovi paesaggi: lasciare un territorio a sé stesso significa, in una certa misura, preservarlo da trasfigurazioni forzate, generando la possi bilità di un’evoluzione spontanea. In queste diverse circostanze, le varie relazioni tra attività umane, valori culturali, dimensioni fisiche e forze naturali trovano trasposizione spaziale facendosi tracce, a testimonianza di partico­lari programmi. Questi segni trasformano i luoghi in written site, siti che porta­no in sé dei documenti e assurgono al ruolo di monumenti di ciò che è stato, la cui logica – come già am­piamente teorizzato nel ‘79 da Rosalind Krauss in Sculpture in the Expanded Field – è inseparabile da quella delle tracce fisiche; queste sono delle forme a monumento di un passato ma costituiscono anche dei segni che non solo modificano il paesaggio, ma lo caratterizzano, lo creano, danno vita a dei luoghi e degli scenari con una propria identità: diventano oggetto di architettura del paesaggio inaspettata, priva di un progetto preliminare.

© 2013_ DdB

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...