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Da oggi la sezione Attualità si arricchisce di contenuti. Periodicamente vi proporremmo infatti un’intervista, costituita dalle nostre “6 domande al margine”, fatta ad esperti del settore (urbanistico, geografico, sociologico… ) per un dibattito continuo e fiorente sulle trasformazioni urbane e territoriali di oggi.

Matteo Agnoletto è ricercatore in Composizione architettonica presso l’Università Alma Mater di Bologna. Ha svolto attività professionale negli studi di Renzo Piano e Jean Nouvel. È stato capo redattore della rivista «Parametro». Dal 2005 al 2008 è stato collaboratore della sezione architettura alla Triennale di Milano, dove è stato advicer per il premio Medaglia d’Oro dell’Architettura Italiana e curatore di sezione delle mostre Good N.E.W.S. (2006) e Casa per tutti (2008). Nel 2007 è stato tra gli organizzatori dell’evento Superluoghi. Notizie dalla metropoli quotidiana. E’ curatore, con Marco Guerzoni, de “La campagna necessaria: un’agenda di intervento dopo l’esplosione urbana.”

La campagna necessariaIl volume raccoglie molte delle riflessioni sviluppate negli ultimi anni da architetti, geografi, urbanisti, agronomi, economisti e sociologi, per riannodare i fili di questo processo caotico di crescita urbana e proporre idee capaci di coniugare città e campagna in un nuovo rapporto, evoluto e adeguato alle esigenze della contemporaneità. “In questo inizio del XXI secolo, lo studio dell’interazione tra città e campagna, che ha assunto connotati diversi nell’evoluzione della storia, richiede un radicale ripensamento: nella vita fortemente urbanizzata di oggi la realtà rurale non trova più spazio nella quotidianità. Nel libro gli autori riflettono su come il rapporto città-campagna possa trovare diverse soluzioni verso una loro nuova integrazione.” (Il Giornale dell’Architettura, n. 109, Ott. 2012).

  • Quali sono stati i libri, i personaggi o le esperienze che hanno influenzato il suo interesse verso l’ambito urbano e i suoi scenari di mutamento?

Le stagioni dell’architettura sono mutevoli: libri, progetti, disegni, opere appartengono ciascuno ad un tempo proprio. Alcune letture sono insostituibili: i libri sapienziali, i racconti di Borges, le dimostrazioni di Melandri, la filosofia di Agamben, i film di Tarantino e i quadri di Morandi.

  • In quale momento del suo percorso formativo o in quale particolare occasione ha avuto a che fare con tematiche relative ai margini urbani?

I margini urbani a mio avviso appartengono ad una città anteriore a questa che viviamo. Erano ad esempio le città definite da una forma caratterizzata dalle mura. Oggi non percepiamo più, se non nei centri di campagna, il limite delle città. Alla fine degli anni Novanta il termine “limite urbano” era molto di moda nei lavori universitari e nella letteratura architettonica. Tale terminologia è di difficile impiego e reputo pericoloso addentrarsi in operazioni di ermeneutica o di nuova narrazione. E’ riduttivo comprendere la complessità urbana, il rapporto città-campagna ricorrendo a formule come queste. Già i quadri di Sironi e di De Chirico lo spiegano senza incertezze.

  • Tre parole per descrivere i margini urbani, in rapporto ai caratteri della città contemporanea ed agli spazi urbani che lei vive e frequenta.

I margini urbani sono indefinibili, anacronistici e tautologici.

  • Spazi periurbani /luoghi plurali. In cosa sta la loro complessità, le loro potenzialità e problematiche? Quali attenzioni è necessario dedicare al progetto di questi spazi?

Non vorrei tentare una definizione. Siamo di fronte ad una materia incerta. Quando Borges descrive la periferia, lo fa perché non esiste più. La sua non è una forma di nostalgia verso una realtà mutata, ma è il modo per ambientare i suoi racconti verosimili. Il suburbio in cui abita Evaristo Carriego –uno dei suoi personaggi più noti– è una proiezione, una illusione, che diventa un paesaggio straordinario. La vera potenzialità di questi luoghi che esistono nel tempo e non più nello spazio è questa capacità di essere predisposti all’immaginazione. La selva oscura di Dante è ai margini della città?

  • Che ruolo ha avuto la pianificazione, ad oggi, nello sviluppo dei margini urbani, e quali sono, secondo la sua opinione,  le prospettive future?

Diagnosticare i mali è un conto, prescriverne la terapia, un altro: una stagione felice è stata quella che ha lavorato sui margini fisici e ancora esistenti della città reinventandoli: penso al progetto di Fiera Catena per Mantova di Aldo Rossi. Un punto critico è il tentativo di costruire nuovi margini quando questi non esistono: le tangenziali o le circonvallazioni inutili dei paesi di provincia che consumano in maniera devastante il territorio.

  • Secondo lei è possibile orientarsi verso una progettazione partecipata degli spazi di margine e ha quindi senso coinvolgere e sensibilizzare i cittadini verso questi temi?

Il progetto partecipativo genera il fallimento dell’architettura. La democrazia è all’origine dello spreco di suolo, dello sprawl, delle città antiestetiche. E’ più bella inevitabilmente Sabbioneta della sua periferia e della sua espansione al di fuori delle mura. Ma la democrazia è il cuore della nostra civiltà, dobbiamo accettarla: il progetto d’architettura può però anche esistere altrove, nei paesaggi immaginati.

Modena, Luglio 2013

© 2013_ DdB

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