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Immagine: Il Cretto di Burri, Gibellina

Aldo Aymonino. Laureato con lode in Composizione Architettonica a Roma il 16 ottobre 1980 con relatore il Prof. Ludovico Quaroni. Ha lavorato negli studi del Prof. Aldo Rossi e del Prof. Carlo Aymonino, e ha inoltre collaborato con il Prof. Franco Purini. Dal 1982 svolge attività di progettazione a Roma ed a Ravenna. Dal 1984 al 1992 è stato socio della cooperativa di progettazone “Teprin”. Dal 1999 è membro dello Studio Seste Associati con sede a Roma, ove svolge progettazione architettonica e urbanistica. Ha lavorato a Berlino per la stesura del progetto esecutivo su incarico dell’ IBA per un edificio in Prager Platz (con C. Aymonino).Sue ricerche didattiche e progettuali sono apparse in alcune pubblicazioni italiane e straniere come Abitare, Casabella, Domus, Lotus, A+U, ecc.
Valerio Paolo Mosco. Laureato in Architettura a Roma (1992), Dottorato di Ricerca in Progettazione Architettonica (2005-2008). È stato contrattista presso lo Iuav nel Dipartimento di Progettazione Architettonica dal 2002 al 2005. Ha insegnato presso all’Illinois Institute of Technology (IIT) a Chicago (2006); presso la Facoltà di ingegneria di Brescia (2007-2008) e presso lo Iuav di Venezia. Ha insegnato al Politecnico di Milano Storia dell’architettura italiana e presso lo IED di Roma. Ha partecipato a numerosi concorsi nazionali ed internazionali risultando vincitore del Concorso Europan 4 ad Osjek in Croazia (1997, con Andrea Stipa) e nel Concorso per la Nuova Sede Wind di Roma (2000, con Aldo Aymonino e Officina 5) e vincitore del Concorso per la Scuola d’infanzia a Galcetello a Prato (2008, con Andrea Stipa).

copertinaPartendo dall’idea che l’architettura possa esistere anche senza volume, questo scritto vuole offrire una riflessione teorica su questa nuova categoria progettuale che, dalla fine del 900, ha caratterizzato il modo di pensare lo spazio pubblico. Attraverso 100 progetti costruiti, si analizzano le ragioni e le forme che ha assunto la volontà di delineare e costruire una nuova identità per lo spazio aperto contemporaneo. Spesso i progetti risolvono delle sfide complesse, come definire la forma senza architetture volumetriche che recingono lo spazio, la coerenza articolata dei rapporti scalari con l’intorno, la chiarezza degli elementi costruttivi, la scoperta di un possibile riparo in un architettura in apparenza del tutto estroversa.

E’ indubbio che a partire dagli anni novanta l’attenzione si sia spostata, in maniera apparentemente subitanea, al territorio e al paesaggio, l’attenzione disciplinare, dagli elementi architettonici dell’urbano al percorso e alle relazioni tra essi, trasformando concettualmente lo spazio statico in spazio dinamico della narrazione, in cui preminente diventa il vuoto rispetto al pieno. Lo spazio pubblico ha, così, modificato il suo statuto estetico, geografico, semantico.
Il binomio interno/spazio privato – esterno/ spazio pubblico pare non funzionare più nel contemporaneo: ai grandi contenitori polifunzionali si contrappongono degli abitacoli per solitudini all’aperto. Agli spazi pubblici tradizionali, che sempre più spesso appaiono come gli elementi labili della forma urbana, attraversati ed ingombri di necessità ed interessi altri che li rendono sempre più di rilievo e interesse collettivo, si stanno sostituendo i luoghi delle infrastrutture, delle reti, dei bordi, capaci di esprimere nuove centralità. Vista l’esiguità semantica operativa degli spazi pubblici nel rispondere alla necessità sempre più urgente di fornire spazi differenti per la società che cambia, l’obiettivo allora non è più soltanto costruire una forma urbana significativa, ma indagare sulle relazioni tra mobilità, spazi collettivi e spazi privati. Si passa così dallo spazio collettivo allo spazio all’aperto. Le architetture a cubatura zero pur non essendo tecnicamente uno spazio interno arrivano, attraverso una negoziazione tra ambiente e paesaggio, a configurare lo spazio aperto; un campo di manovra con qualità e connotati propri, al di là dei problemi di scala. Non dovendo sottostare a obblighi dimensionali, normativi o funzionali in senso stretto ma quasi soltanto a problemi di budget, arrivando a un grado di sperimentazione e libertà stilistica difficilmente raggiungibile altrimenti. I progetti presi nella loro articolazione spaziale definiscono un quadro operativo che indica strumenti, metodologie e obiettivi comuni come ad esempio:
– qualificare gli spazi (o le funzioni) in cui sono collocati, indipendentemente se situati in ambito urbano o   territoriale;
– essere differenti dal contesto, ma mai indifferenti, provando a lavorare per intensità piuttosto che per densità;
– essere flessibili, avere usi potenziali.
Il loro essere quasi ready made, con progetti apparentemente “fulminei” e pronti per l’uso, la loro propensione costante a modalità d’uso plurime all’interno del medesimo spazio, all’elidere il limite tra architettura e arte, ne fanno il potenziale motore di una nuova “qualità diffusa”. Così come la land art ha provato a dare figuratività al “nuovo paesaggio” della società di massa, l’architettura a cubatura zero prova a darlo allo spazio nuovo della contemporaneità.

© 2013_ DdB

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