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Immagine: La complessità del progetto dello spazio pubblico e le visioni interpretativo-progettuali proposte nella pubblicazione “Spazi Pubblici. Visioni multiple per luoghi complessi”, Carlo Peraboni, Daniela Corsini, Maggioli, Milano, 2011.

Daniela CorsiniDaniela   Corsini, nata a Carpi (MO) nel 1984, architetto e dottoranda in Progettazione Paesistica presso l’Università di Firenze. Si laurea in Architettura presso il Politecnico di Milano nel 2010 con la tesi dal titolo “Stessi spazi, nuovi luoghi”, relatore Carlo Peraboni, votazione 110 e lode/110. La tesi ottiene un Diploma d’Onore al Premio Istituto Nazionale di Urbanistica per Tesi di Laurea Magistrale. A partire dalla tesi di laurea si interessa al tema degli spazi pubblici prendendo parte a workshop, convegni e seminari. Partecipa a concorsi di idee su questo tema ottenendo alcuni riconoscimenti (primo premio per il Parco della Pace a Nonantola, secondo premio per la riqualificazione degli spazi pubblici centrali di Bernareggio e per la rivitalizzazione del centro storico di Nonantola). Dal 2012 il tema degli spazi pubblici è al centro della sua ricerca di dottorato in Progettazione della Città, del Territorio e del Paesaggio, indirizzo Progettazione Paesistica, XXVII ciclo. Partecipa all’attività didattica presso la Facoltà di Architettura e Società del Politecnico di Milano. Iscritta all’ordine degli Architetti, Paesaggisti, Pianificatori e Conservatori della Provincia di Modena dal 2010.

Il termine “spazio pubblico” include piazze, marciapiedi, parchi urbani, parcheggi, piste ciclabili, pendici di viadotti, rotatorie, ecc. Tutti questi spazi, con la loro diversità, partecipano in modo significativo alla definizione dell’immagine della città.Negli ultimi anni si assiste a un rinnovato dibattito sul tema; tra le questioni più significative:

  1. alcuni autori mettono in discussione i termini “spazio” e “pubblico” sostituendoli ad esempio con “luogo”, “comune” o “condiviso”. La mancanza di una definizione condivisa di spazio pubblico è alla base della discussione terminologica e genera ambiguità.
  2. vivo, morto o X? Ritengo che la questione morte/rinascita sia intimamente connessa alla mancanza di una definizione condivisa: se intendiamo lo spazio pubblico come il luogo privilegiato del dibattito politico, possiamo considerarlo morto, sostituito probabilmente dai media e dai social network; se lo spazio pubblico è il luogo della vera democrazia, allora si tratta di uno spazio ideale, mai concretizzato; se ci riferiamo allo spazio tra gli edifici, molte città hanno adottato misure efficaci per riqualificarlo e rifunzionalizzarlo e possiamo considerarlo “rinato”.
  3. le critiche più frequenti allo spazio pubblico riguardano la sovragestione (mercificazione, omologazione, privatizzazione) e la sottogestione (trascuratezza, insicurezza, carenze progettuali). Si tratta in realtà delle due facce della stessa medaglia: a fronte di spazi pubblici di scarsa qualità si è reagito abbandonandone completamente alcuni o con eccesiva gestione, entrando in competizione con spazi privati come i centri commerciali (Carmona, 2010a).

Le nostre città hanno moltissimi spazi pubblici nominali, ma mancano di luoghi – spazi emotivamente vissuti. Molte amministrazioni negli ultimi venti anni hanno rinnovato i propri spazi pubblici, puntando spesso troppo sull’aspetto estetico e rappresentativo e poco su quello funzionale, con il risultato di progetti anche molto costosi ma poco attenti ai luoghi e alle esigenze degli utenti. La crisi del welfare ha complicato ulteriormente la situazione, rendendo più incerte le traiettorie relative alla strutturazione e gestione degli spazi pubblici. Lo studio di esempi virtuosi ha dimostrato però che in un contesto di risorse limitate non siamo costretti all’immobilismo, ma è possibile operare utilizzando più idee e meno risorse, in un’ottica di sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Esperienze light o temporanee sono fondamentali perché cercano di coltivare – quando non proprio di risvegliare – la cultura dello spazio pubblico. Interessanti esempi di questo sono il programma “Estonoesunsolar” a Saragozza, le esperienze di autocostruzione che si stanno svolgendo in tutta Europa (per citare alcuni esempi “Eco-box” nel 2001 a La Chapelle in Francia; “La Grada” nel 2008 a Valdemingòmez, “Parchetto Feronia” nel quartiere di Pietralata a Roma nel 2013), fino ad arrivare ai microinterventi pop-up attivati da eventi temporanei come il Park(ing) day (1_) o, per citare un esempio italiano, il Public Design Festival a Milano. Le esperienze fin ora citate hanno tutte carattere di temporaneità, e non sempre permettono di avviare operazioni di una certa complessità così come di intraprendere processi di monitoraggio strutturati. Vedere la città con occhi differenti, invadere gli spazi destinati a parcheggio o al traffico veicolare e utilizzarli in modo differente, attrezzarli con piccoli arredi anche autocostruiti, possono essere i primi step di un percorso maggiormente strutturato. Le pratiche “spontanee” e la disciplina urbanistica sono due modus operandi che possono anche coesistere. Gli interventi light e low-cost possono infatti accompagnare interventi più struttrali, per abbreviare i lunghi tempi di realizzazione (una sorta di pianificazione a breve termine che accompagna una pianificazione a lungo termine), anticipare certe soluzioni e verificare il loro impatto sulla popolazione. Si minimizza in questo modo il rischio d’insuccesso dell’operazione, permettendo l’effettivo coinvolgimento della popolazione che può sperimentare la nuova conformazione degli spazi, evidenziando disagi effettivi e osservando quanto e come il luogo è frequentato e utilizzato. Un esempio di questo è il processo “Lighter, Quicker, Cheaper” del Project for Public Spaces (PPS), sperimentato con successo nel progetto del 2005 “Streets Renaissance” a New York City.

1_nato a San Francisco nel 2005, ora è diffuso in tutto il mondo

© 2013_ DdB

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