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Questa settimana vi vogliamo presentare un diverso punto di vista, propostoci da due laureande in Architettura, sul tema della rigenerazione urbana in aree industriali dismesse, in risposta alla collaborazione di Giugno (https://diaridibordi.wordpress.com/2013/06/04/net-works_g-lopez-f-tessari/) che analizza il tema nel contesto emiliano.

Eleonora Fogliani e Roberta Palumbo sono due laureande in Architettura presso il Politecnico di Milano. Durante il loro percorso di studi hanno spesso affrontato il tema della riqualificazione urbana e del riuso di edifici con particolare attenzione per le realtà dismesse e senza vocazione, come nel caso dei siti ex industriali.Nel 2011 hanno dato forma a questo interesse affrontando, nella loro tesi di laurea triennale, le tematiche relative al riuso di realtà industriali dismesse prestando particolare attenzione alle motivazioni economiche sottese all’abbandono delle aree e degli edifici un tempo produttivi, agli interventi di recupero sin ora realizzati dalle grandi firme dell’architettura internazionale e, infine, elaborando un proprio progetto di riuso calato nella realtà del Distretto Ceramico di Sassuolo (Mo).

L’esistenza di siti industriali dismessi e abbandonati nel nostro territorio è cosa evidente a chiunque si trovi a passeggiare nelle nostre città. In Italia questo fenomeno ha raggiunto il suo culmine negli anni Ottanta del secolo scorso, periodo nel quale il “vuoto funzionale” diventa, da problema eco­nomico e sociale, un problema urbano col quale numerosi pro­gettisti cominciano a confrontarsi, dapprima a livello teorico, poi, negli anni Novanta del secolo scorso, anche dal punto di vista strategico grazie a una nuova fase denominata “seconda generazione” dei processi di conversione dei siti dismessi che vede l’aumento delle iniziative di trasformazione di queste aree. Agli architetti e agli urbanisti sta oggi il grande compito di comprendere in quale direzione operare la conversione, la cui direzione sarà quella di comprendere l’identità di questi luoghi e di donare ad essi nuovi significati e non solo nuove funzioni.

Il distretto Ceramico di Sassuolo rappresenta un’importante occasione per studiare il fenomeno in territorio emiliano. Esso comprende sei comuni, due in provincia di Reggio Emilia e quattro in quella di Modena, pro­vince separate dalla valle del fiume Secchia, affluente del Po, in cui le numerose cave di argilla hanno favorito lo sviluppo dell’industria ceramica che oggi conta circa 62 imprese per kmq. Recentemente molte di queste attività hanno dovuto abbandonare i propri stabilimenti storici sia perché incapaci di sostenere, in questa congiuntura economica, la concorrenza delle fabbriche estranee al distretto, sia a causa di problemi di spazio e gestione del territorio. Le aziende più antiche, infatti, si erano attestate in luoghi facilmente accessibili, prossimi a strade principa­li o zone presso le quali era favorevole l’approvvigionamento idrico; con l’ampliarsi della città lungo le arterie principali, gli edifici produttivi che prima si trovavano in zone periferiche si sono trovati ad essere inglobati nell’espansione e quindi a stretto contatto con le aree residenziali. La tendenza delle amministrazioni comunali è stata, in questi anni, quella di delocalizzare, attraverso lo strumento urbanistico del PSC, gli edifici a funzione produttiva in aree esterne al centro abitato e lontane dal centro sto­rico. Il trasferimento di molte di queste attività ha favorito così il liberarsi di ampie aree molto redditizie e collocate in zone baricentriche rispetto alla città. Le fasi iniziali dello studio condotto nei sei comuni del distretto, hanno portato a un rilievo puntuale di tutte le attività industriali dismesse, soprattutto destinate alla produzione ceramica, presenti sul territorio, raggiungendo la dimensione complessiva di circa 1 milione di mq inutilizzati, ma potenzialmente sfruttabili. La ricerca condotta ha evidenziato diverse tendenze in materia di riuso di aree industriali dismesse che fanno capo a due differenti “visioni” del manufatto inutilizzato: da una parte troviamo le aree ritenute “senza storia”, che vengono, nella maggior parte dei casi, demolite completamente, dall’altra vi sono edifici il cui valore di testimonianza storica viene ben compreso ma considerato racchiuso nella funzione insediata o, in opposizione, in un elemento-simbolo presente nell’area o nella sola forma dell’edificio (come nel caso delle caratteristiche e suggestive ciminiere). Oltre a riflettere sulle identità passate di questi luoghi, alle funzioni nuove da prevedere e al modo migliore per realizzarle, ci si deve sempre di più interrogare sull’importante ruolo che queste possono rappresentare all’interno dei tessuti consolidati delle nostre città come occasione di ri-cucitura del tessuto urbano soprattutto nei casi in cui esso si presenti frammentato e come opportunità per contenere la crescita della città, guardando al suo interno e alle potenzialità che i vuoti in essa contenuti possono ancora racchiudere.

© 2013_ DdB

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