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Immagine: Gerusalemme

La Collaborazione del mese d’Agosto tratta il tema delle città divise, attraverso la recensione, scritta da una giovane redattrice, del libro:  Città Divise, Jon Calame, Esther Charlesworth, Medusa Edizioni, Milano, 2012.

Alessandra De Bastiani Menna, neolaureata alla facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, svolge l’attività di redattrice presso la rivista di architettura Arcduecittà. Durante gli studi universitari ha approfondito tematiche legate alla progettazione, all’urbanistica, alla sociologia e alla storia di queste discipline. Inoltre nutre una grande passione per i viaggi, che nel suo percorso formativo sono stati una componente determinante.

copertina città diviseOgni città divisa possiede un differente background storico e culturale, ma ognuna condivide con le altre un quadro di fattori esistenziali comuni. Le barriere vengono utilizzate come soluzioni provvisorie d’emergenza, e non sono un’efficace risposta a lungo termine alla discriminazione, che spesso diviene permanente, a causa della mancata risoluzione dei conflitti e delle loro stesse cause. Oggi uno dei problemi maggiori che crea segregazione sono i conflitti religiosi; le Democrazie occidentali sempre più frequentemente non riescono a competere con il fervore dei credenti, e ciò porta ad un irrigidimento delle reciproche posizioni. Per evitare il dispiegarsi di queste dinamiche è necessario comprendere l’andamento del presente ed imparare dagli errori del passato; tali errori si sarebbero potuti evitare, se le Istituzioni avessero posseduto una maggiore conoscenza delle cause e degli effetti della partizione urbana. Una proposta risolutiva potrebbe essere la sostituzione dei confini con spazi di dialogo e di scambio, ancora meglio sarebbe se non sussistesse la presenza di tali vincoli.

Le città divise sono luoghi in cui una barriera separa due stati all’interno di una stessa città, com’era Berlino divisa dal muro, e come sono oggi Gerusalemme, Beirut, Mostar, Nicosia e Belfast, anche se il fenomeno della partizione urbana appare subdolamente presente sotto varie forme in ogni aggregato urbano contemporaneo. “Città divise”, sono dunque, a causa della segregazione, tutte le città; esse si ritirano e si contraggono in modo sempre più evidente; ognuna di esse appare come l’esito di una geografia urbana complessa, e per questa ragione è un luogo di frammentazione morfologica e spazio di identità plurime. Inoltre, nei contesti ghettizzati, si osserva una ferma difesa dei luoghi informali non legalizzati, in quanto simbolo di aggregazione sociale dei diversi gruppi. Nell’intento di trovare una soluzione a tale drammatico problema, si conviene sul fatto che l’approccio progettuale tradizionale sia, per questo scopo, insufficiente e debole. Scrive Giudo Morpurgo nella prefazione del libro: “I confini dei recinti possono essere trasformati in soglie di connessione per favorire l’integrazione urbana mediante tecniche e procedure progettuali avanzate, capaci di intervenire sulla struttura spaziale della città divisa e costituire un fondamento pratico-teorico anche attraverso la formazione di una letteratura specifica, che appare ancora esigua e alla quale questo lavoro contribuisce in una forma efficace e innovativa”. Il nuovo programma deve favorire l’integrazione urbana, rilevando i gravi effetti delle barriere tra le etnie e le classi sociali; il progetto architettonico deve essere interpretato come un viaggio che porta al superamento dei limiti della morfologia della segregazione. L’architetto, dopo una comprensione critica del contesto, compie una forte presa di posizione per convertire gli spazi ghettizzati in tessuto connettivo di uso pubblico con una nuova identità urbana. Riscoprendo i vecchi principi insediativi, antecedenti alla frammentazione, si ritiene di fondamentale importanza lo sfruttamento del suolo pubblico come figura regolatrice che può riportare armonia, come spazio in cui si intrecciano rapporti sociali e culturali; la memoria gioca un ruolo fondamentale in questo processo di annullamento delle differenze, in quanto, nel passato, non vi era ghettizzazione e isolamento. Il superamento delle barriere, l’unificazione delle parti, riuscirebbe a fornire un nuovo slancio culturale, etnico, politico, economico e sociale al territorio. Tuttavia d’altra parte è evidente come queste problematiche vadano trattate caso per caso, e come in ogni contesto si trovi il modo di convivere tra le differenze.

© 2013_ DdB

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