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Andrea Bondonio (Torino, 1972), si laurea e consegue il dottorato di ricerca in Architettura e progettazione edilizia presso la I Facoltà di architettura del Politecnico di Torino, dove ha svolto attività di ricerca e didattica. Dal 2001 è collaboratore dello studio Isolarchitetti.
Guido Callegari (Torino, 1968), si laurea e consegue il dottorato di ricerca in Architettura e progettazione edilizia presso la I Facoltà di architettura del Politecnico di Torino, dove svolge attività di ricerca e didattica.
Cristina Franco (Torino, 1970), si laurea presso la I Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino, dove svolge attività di ricerca. Dal 1997 è funzionario tecnico presso il Dipartimento di Progettazione architettonica e di Disegno industriale.
Luca Gibello (Biella, 1970), si laurea e consegue il dottorato di ricerca in Storia dell’architettura e dell’urbanistica presso la I Facoltà di architettura del Politecnico di Torino, dove svolge attività di ricerca e didattica. Dal 2004 è caporedattore del «Giornale dell’architettura».

stop and go“STOP&GO. Il riuso delle aree industriali dismesse in Italia. 30 casi studio” tratta le modificazioni dei modi di produzione, legate ai cambiamenti dei paradigmi tecnologici registrati nell’ultimo quarto del XX secolo, e che riverberano da tempo i loro effetti sull’organizzazione della città e del territorio. Il fenomeno della dismissione industriale presenta rilevanti conseguenze, di natura fisica e sociale, legate agli immaginari collettivi e ai processi identitari.  La connotazione negativa a cui si è soliti associare il fenomeno della dismissione, ha però permesso di individuare al contempo le potenzialità delle trasformazioni, identificando le quantità territoriali come occasioni per la rigenerazione urbana. Le aree industriali dismesse sono terreno di scontro sociale e simbolico perché rappresentano il tramonto di modi di produzione che sembravano consolidati e progressivi, e che invece spesso hanno rivelato inattese forme di obsolescenza, con risvolti drammatici sul piano del lavoro.  Intorno alla negoziazione sul destino delle aree industriali dismesse si misurano fenomeni di appropriazione o rifiuto sintomatici del funzionamento dell’odierna comunità urbana.

In Italia, le prime indagini sul destino delle aree industriali, risalgono all’inizio degli anni ‘90, quando volge al termine il processo di ristrutturazione del sistema industriale e il fenomeno della dismissione assume rilevanza quantitativa. Il vuoto funzionale s’impone come problema urbano, da provare a “misurare”, al di fuori di una mera logica di valorizzazione fondiaria. Le riflessioni metodologiche percepiscono tale vuoto come occasione per una ridefinizione dell’assetto urbano. Il fenomeno della riconversione di grandi complessi industriali è divenuto un nodo centrale nel dibattito sul futuro della città e un fattore trainante per l’economia. Con lo sviluppo dei programmi di riqualificazione, riconducibile a fattori macroeconomici dovuti allo sviluppo dell’economia e alla storia del paese, in particolare con una evoluzione degli strumenti dell’urbanistica, la riconversione ha iniziato a rappresentare una terza via, accanto all’espansione e alla conservazione urbana. Nel corso degli ultimi anni il paesaggio della produzione ha modificato la sua natura e il suo ruolo. Dopo un periodo in cui il recupero delle aree industriali dismesse era finalizzato a nuove quote di edilizia residenziale, gli interventi di riqualificazione urbana agiscono ora seguendo soprattutto logiche locali: la loro finalità è porsi nel solco dello sviluppo urbano; in essi molto spesso vengono localizzati servizi e attività di qualità. Si assiste quindi al configurarsi di un nuovo modello: le attività medio-piccole si muovono in prevalenza verso l’utilizzazione di complessi esistenti, spesso storici, con la riorganizzazione polifunzionale dei grandi complessi produttivi originari. Il fenomeno della dismissione industriale è una crisi di funzione, che però non intacca la centralità ormai acquisita dei luoghi in cui si manifesta, ma tende a enfatizzarla. L’esito degli interventi di riqualificazione sono spesso operazioni su scala territoriale, progetti la cui estensione si indirizza alla scala urbana, del paesaggio, occasione per ridisegnare e ridefinire parti rilevanti della città altrimenti difficilmente realizzabili in parti del territorio cosi densamente costruite e compromesse.  Nel riprogettare le città è necessario “ radicarsi nella identità strutturale del caso specifico” in quanto non bisogna dimenticare che nella maggior parte dei casi “ si costruisce in mezzo al costruito”. In un numero monografico di “Rassegna” del 1990 , Vittorio Gregotti invitava a guardare alle aree dismesse come occasione per “legare e cucire” le parti della città, per chiarire i diversi principi insediativi dei quali essa è composta.

© 2013_ DdB

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